trio
Una barca chiamata Afrodite
CoppiaFelix2024
06.08.2025 |
303 |
3
"Pietro l’abbracciò da dietro, scivolando dentro di lei con naturalezza, mentre io le cinsi il corpo sul davanti, sentendo il suo seno spingere contro il mio petto bagnato..."
Avevamo bisogno di un fine settimana che spezzasse la routine. Io e mia moglie Felicia cercavamo da tempo un’occasione per isolarci dal mondo e lasciare che i desideri repressi trovassero finalmente spazio.Fu Pietro a proporci la barca. Un uomo sicuro, brizzolato, di qualche anno più grande di noi, proprietario di una vela classica, elegante e imponente. Ci conoscevamo da tempo e tra noi era nata un’intesa fatta di sguardi ambigui, parole sussurrate e una tensione erotica che aspettava solo di esplodere.
Salpammo da Livorno un venerdì pomeriggio d’agosto. Il vento ci era favorevole e la barca scivolava leggera verso ovest. Prima del tramonto raggiungemmo Capraia e ci ancorammo in una piccola cala deserta, protetta da scogli e macchia mediterranea. Il silenzio era rotto solo dallo sciabordio dell’acqua.
Dopo cena ci spostammo sul ponte. Felicia indossava soltanto una camicia bianca, leggermente trasparente. Nulla sotto. I capezzoli tesi si intuivano alla luce della luna, e Pietro non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Io lo osservavo: era tutto parte del gioco.
Fu lei a rompere il confine, come sempre. Si avvicinò a Pietro con un sorriso lento, accarezzandogli l’interno coscia mentre parlava a bassa voce. Io rimasi a prua, seduto, un calice di vino in mano, a guardare.
Pietro la baciò con foga improvvisa, afferrandole i fianchi e premendole il bacino contro. Felicia si lasciò fare, anzi, guidò il ritmo, sfilandosi la camicia con un gesto rapido. Nuda, bellissima, si inginocchiò davanti a lui, sul divanetto di poppa. Io mi avvicinai, le accarezzai i capelli mentre la vedevo prenderlo in bocca senza esitazione, profonda, decisa. Era uno spettacolo che avrei voluto fermare nel tempo.
Quando si rialzò, la portammo entrambi nella cabina di prua. Lo spazio era stretto, ma bastava. Pietro la stese sulla cuccetta, le gambe spalancate e tremanti. Io le tenevo le braccia alle spalle mentre lui la penetrava con forza. Le urla di Felicia si confondevano con il rumore del mare. Era persa, completamente assorbita da un piacere che sembrava travolgerla. Godeva di ognuno di noi in modo distinto, come se ogni atto fosse un’esplosione nuova.
Più tardi ci spostammo sul solarium a prua. Lì, sotto le stelle, la prendemmo insieme: uno davanti, l’altro dietro. Le sue unghie graffiavano le mie spalle, la bocca piena, i seni tesi tra le nostre mani. Tremava, sussultava, chiedeva di più.
Felicia era al centro del nostro desiderio e lo dominava. Si offriva, ma guidava. Era lei a decidere come, quando e dove venire. E venne, più volte. Urlò, tremò, si lasciò andare senza freni.
All’alba ci ritrovammo ancora lì, sudati, esausti, nudi e felici. La barca ondeggiava dolcemente, cullando i nostri corpi intrecciati. Avevamo superato un confine, e nulla sarebbe stato più come prima.
Felicia ci guardò entrambi con un sorriso disarmante e sussurrò:
— Lo rifacciamo stasera?
Il mare attorno a Capraia era calmo. La barca ondeggiava appena, ormeggiata in una cala isolata che sembrava fatta apposta per quello che stava per accadere. Felicia amava quel tipo di solitudine: il silenzio rotto solo dal respiro, il contatto con la natura, il senso di libertà assoluta. Ma soprattutto amava sentirsi desiderata. Amava offrirsi e goderne, senza freni.
Indossava solo una camicia larga, sbottonata. Nessun reggiseno, nessuno slip. Lo faceva apposta: bastava un refolo di vento per mostrarci tutto — i capezzoli turgidi, la curva delle cosce, il ventre che si sollevava col respiro. Pietro la fissava da tempo, e lei lo sapeva. Era parte del nostro accordo non detto: quel weekend Felicia sarebbe stata nostra.
Fu ancora lei ad aprire il gioco. Si sedette tra noi, versandoci da bere. Poi, senza dire una parola, si inginocchiò davanti a Pietro, aprì la zip dei pantaloni e lo prese in bocca, affondando subito fino in gola. Lo sentii gemere mentre lei lo succhiava con foga, godendo del gesto, delle labbra che scorrevano, della lingua che lo accoglieva.
Io mi avvicinai da dietro, sollevandole la camicia e accarezzandole le natiche nude. Le infilai due dita, trovandola già bagnata.
— Hai voglia, eh? — le sussurrai.
Lei ansimò, con la bocca ancora piena. Non smise un secondo di succhiare. Con la mano libera mi guidò tra le cosce, aprendosi, offrendosi. Mi inginocchiai dietro di lei e iniziai a leccarla lentamente. Il suo sapore era un misto di mare e quel profumo dolce che le saliva sempre quando era eccitata. Affondai la lingua nel suo sesso, prima piano, poi sempre più in profondità, mentre con l’altra mano le accarezzavo l’ano, tracciando piccoli cerchi.
Pietro la tirò su e la condusse sotto coperta. La cabina era piccola, calda, impregnata dell’odore del legno e della pelle nuda. La stendemmo sulla cuccetta di prua e lì cominciò il vero gioco.
Felicia si mise a quattro zampe. Pietro la prese di nuovo in bocca, io scostai le sue natiche e cominciai a leccarle l’ano con decisione. Lei gemette, si muoveva tra noi come un animale in calore. Le infilai lentamente un dito nel culo mentre continuavo a leccarla. Poi due. Lei si contorceva, spingeva indietro il bacino.
— Voglio tutti e due, insieme — disse con voce roca. — Voglio sentirvi dentro.
Era il suo piacere massimo. Lo diceva spesso: non c’era niente come la doppia.
Pietro si sdraiò sotto di lei, facendole scivolare la figa già dilatata sul suo cazzo. Io le baciai la schiena, la nuca, mentre lubrificavo il mio con la saliva. Quando sentii che era pronta, la presi da dietro. Entrai lentamente, ma con forza. Il suo culo mi accolse mentre Pietro la penetrava da sotto.
Felicia urlò. Non di dolore, ma di piacere estremo.
Eravamo dentro di lei, insieme. Lei si lasciava andare completamente, muovendosi contro di noi, alternando spinte lente a colpi violenti. Il suo corpo tremava, le cosce battevano contro i nostri fianchi. Veniva in continuazione, stringendoci dentro con spasmi caldi e pulsanti.
Il mattino dopo ci tuffammo in mare. L’acqua di Capraia era limpida, calma, fresca sulla pelle arsa dalla notte. Felicia si gettò per prima, un guizzo del corpo che lasciò brillare per un istante le sue curve nude sotto il sole. Io e Pietro la seguimmo poco dopo, attratti come due predatori dalla sua scia.
Nuotava elegante, con la forza di chi conosce bene l’acqua. Le gambe si aprivano e chiudevano in movimenti ampi, disegnando onde leggere. Io la guardavo in controluce, il suo corpo possente e flessuoso che sembrava respirare con il mare stesso. Ogni gesto era un invito silenzioso.
La raggiungemmo poco distante dalla barca, stringendola tra noi. Pietro l’abbracciò da dietro, scivolando dentro di lei con naturalezza, mentre io le cinsi il corpo sul davanti, sentendo il suo seno spingere contro il mio petto bagnato. Era come se l’acqua amplificasse ogni sensazione: il calore che esplodeva tra noi, la morbidezza della sua pelle, il fremito dei muscoli tesi.
Felicia gemeva piano, con la testa reclinata all’indietro. Io la baciai sulle labbra, assaporando il gusto del mare che si mescolava al suo respiro affannoso. Pietro la possedeva con spinte lente, profonde, seguendo il ritmo stesso delle onde. Era uno spettacolo ipnotico: i suoi gemiti sommersi, il suo corpo che si apriva all’unisono con l’acqua.
Quando tornammo a riva, la stendemmo sulla sabbia calda. Felicia, lucida di mare e di piacere, si mise in ginocchio tra noi. Ci prese entrambi tra le mani e poi tra le labbra, alternando la bocca e le carezze con una passione febbrile. Il suo viso era una maschera di lussuria e tenerezza insieme: occhi lucidi, guance arrossate, labbra umide.
A un certo punto si sdraiò sulla sabbia, mi tirò a sé e mi guidò in un 69 ardente. Il suo sesso, gonfio e umido, aveva il sapore salato del mare e del desiderio. Le mie labbra affondarono dentro di lei, mentre la sentivo ansimare e succhiarmi con tutta la gola, con una dedizione che mi fece tremare. Pietro, nel frattempo, la prese da dietro, penetrandola con forza e decisione.
Ogni colpo era un’onda che la attraversava. Ogni gemito un canto che si perdeva nell’aria limpida. Felicia si abbandonò del tutto, il corpo inarcato, la sabbia che le si incollava alla pelle bagnata, il piacere che esplodeva in un grido che il mare stesso sembrò accogliere.
Restammo così, nudi, intrecciati, mentre il sole saliva lento all’orizzonte. Eravamo parte di quell’isola, di quel mare, della stessa natura selvaggia che ci circondava.
Il weekend successivo ci ritrovammo di nuovo a Livorno. La barca di Pietro ci attendeva, lucida, pronta a salpare verso nuove avventure. Io e Felicia ci muovevamo come un equipaggio rodato, tra cime, parabordi e vele da preparare. L’aria profumava di partenza, ma quella volta c’era anche l’attesa per la “sorpresa” promessa.
Dal pontile comparve una figura femminile. Tacchi alti, passo sicuro, eleganza studiata. Ma non era una donna qualsiasi: era Maria — o meglio, Mario, il funzionario di banca irreprensibile che in privato diventava una creatura sensuale, femminea e irresistibile. Salì a bordo con la grazia di una diva, e dopo pochi istanti riemerse dalla cabina trasformata: tunica leggera che lasciava intuire curve perfette, pelle glabra e liscia, seni pieni e sodi, gambe lunghe e tornite. E sotto quella stoffa impalpabile… la promessa di un piacere diverso, inaspettato.
Salpammo e puntammo la prua verso l’isola del Giglio. La luce del tramonto ci trovò in una piccola baia isolata, dove l’acqua sembrava di cristallo. Il prosecco scivolava nei calici, ma gli sguardi ormai parlavano un altro linguaggio: quello dei corpi.
Fu Felicia ad avvicinarsi per prima. Si inginocchiò tra le gambe di Maria, la spogliò lentamente, baciando l’interno coscia fino a rivelare un sesso eretto e turgido, teso come una promessa mantenuta. Maria si abbandonò con grazia, i capelli sciolti, le labbra socchiuse. Felicia lo prese in bocca con fame e devozione, e il ponte della barca si riempì dei suoi gemiti sommessi.
Io osservavo, ipnotizzato dalla scena. Pietro si avvicinò da dietro e mi sussurrò:
— Da qui dietro è ancora più spettacolare… guarda quel corpo.
Aveva ragione. Il corpo di Maria sembrava scolpito nel marmo, sensuale e potente allo stesso tempo, fatto per essere posseduto. E pochi istanti dopo lo fu davvero. Maria si mise a quattro zampe, i glutei alti e perfetti, offrendosi senza timore. Io e Pietro ci scambiammo uno sguardo e capimmo: l’avremmo presa insieme.
La penetrammo alternandoci, aprendola lentamente, con decisione e rispetto. Maria gemeva e chiedeva di più, accogliendo ogni affondo con una passione viscerale. Intanto Felicia non smetteva un attimo: continuava a succhiarla con fervore, le labbra lucide, lo sguardo febbrile.
Poi mi ritrovai con il mio sesso stretto tra due bocche: quella calda e vellutata di Maria e quella vorace di Felicia. Si alternavano, si baciavano sopra di me, mi passavano da una lingua all’altra come un frutto maturo da assaporare. Non c’era più distinzione, solo un vortice di piacere condiviso.
Quando Felicia si sdraiò sulla rete di prua, Maria si unì a noi. Pietro la prese da dietro, affondando con decisione nel suo punto più segreto, mentre io la penetravo davanti. Felicia ansimava, stringendoci le mani ai polsi, completamente persa. Era una doppia intensa, profonda, un gioco di corpi intrecciati e respiri spezzati. Ogni affondo le strappava gemiti gutturali, ogni colpo la faceva tremare. Era nostra, e al tempo stesso ci dominava con il suo piacere incontenibile.
Ed è lì che accadde qualcosa che non avrei mai immaginato. Ero ancora immerso nel corpo caldo di Felicia quando sentii una pressione nuova dietro di me. Era Maria.
— Ora tocca a te, Ernesto — mi disse con voce ferma ma dolce.
Non ebbi il tempo di rispondere. Le sue mani mi guidarono, il suo sesso si aprì la strada dentro di me. All’inizio fu un fremito di sorpresa, poi un’ondata di piacere nuovo, diverso, travolgente. Mentre io continuavo a possedere Felicia, Maria mi prendeva con ritmo deciso, penetrandomi con naturalezza, facendomi scoprire un’altra forma di abbandono.
Non era sottomissione. Era fiducia. Era lasciarsi andare a un piacere condiviso, senza limiti.
Quando venimmo, fu come un unico boato. Pietro dentro Felicia, io nella sua bocca, Maria dentro di me. Felicia gridò, squarciata da un orgasmo che la fece vibrare fino all’anima. Restammo fermi, ansimanti, sudati, cullati dal mare.
Il silenzio dopo l’estasi aveva il sapore di un patto. Non eravamo più solo noi tre. C’era un nuovo orizzonte, nuove esperienze da esplorare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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